martedì 7 ottobre 2014

IL MESSAGGIO DI UN VESCOVO FUORI DAL SINODO.L' ARCIVESCOVO MONS. GIOVANNI CLIMACO MAPELLI

SINODO dei VESCOVI sulla FAMIGLIA:
il PAPA CHIEDE MISERICORDIA e PERDONO.... MA a CHI ?
La Chiesa del Vaticano ha radunato tutti i Vescovi del mondo per parlare del VANGELO ?
No, per parlare della FAMIGLIA...
Ah che novità..!
Sono 30 anni che continuano a menarla con sta Famiglia...
La Famiglia, la Famiglia, la Famiglia
e la Famiglia ancora....
Loro, i preti e i vescovi che "NON HANNO FAMIGLIA"....
Molto paradossale...
La Chiesa Cattolica romana ha un impianto dottrinale e teologico vetusto, arcaico: hanno chiesto "perdono" per aver condannato Galileo GALILEI durante il pontificato di Giovanni Paolo II Wojtyla cioè circa 450 anni dopo una condanna vergognosa inflittagli da Urbano VIII insieme al cardinale gesuita Roberto Bellarmino ( poi fatto santo, sempre da loro! )....
Tra Urbano VIII e Giovanni Paolo II ci sono oppunto oltre 450 anni...
Ce ne hanno messo di tempo per capire che GALILEO aveva ragione e loro torto!...
Beh ci metteranno un qualche secolo a capire che i GAY non si sono creati da soli, ma sono il frutto della natura tanto quanto gli ETERO?
Il CARDINALE gesuita MARTINI diceva che sul sesso la CHIESA è INDIETREO di 300 anni!
AVEVA VISTO BENE!
Per un credente se l'OMOSESSUALITA' è NATURALE e non produce male ad alcuno, allora vuoi vedere che è pure un DONO della CREAZIONE e dunque di DIO stesso!?
Ma come si fa ad accettarla questa , dato che c'è una Bibbia che come per il caso Galileo riteneva che la Terra era ferma e il Sole girava....
Così la Bibbia , nel libro del Levitico dell'Antico Testamento e in San Paolo nelle sue Lettere apostolica, ai Romani e Corinzi, è scritto che l'omosessualità è "abominio"...
Ovvio che la Bibbia tutta quanta è ferma alla visione pre-scientifica, non è un libro di scienza o meglio risente tutto di quella scienza di oltre vari millenni fa, quando non si conosceva molto della natura in genere e della natura umana, quando per fare solo un esempio si pensava che uno storpio non fosse un soggetto nato con una malformazione genetica bensì un mal segnato da Dio che l'ha colpito, e che dovesse scontare peccati suoi o di altri e così pure si pensava che un terremoto fosse non già un movimento tellurico delle fagli freatiche ma la mano stesso del Dio sterminatore....
La Bibbia è numinosa, usa il linguaggio pre-scientifico e credeva proprio chi l'ha scritta nei secoli di redazione, che la Terra tutta poggiasse su 12 colonne nel mare dell'infinito, come un mondo sospeso tra il nulla e il cielo....
E così Adamo che deriva dall'ebraico "adamah" significa "terra" poichè Dio lo trae dal fango e gli nsuffla lo spirito della vita, mentre Eva deriva da "Ischà" cioè la donna, che è tratta da una costola, simbolicamente e non materialmente, dal fianco di Adamo...
Ebbene che gli omosessuali esistessero ai tempi di Adamo e di Eva è certo: la natura geneticamente non è stata modificata dai suoi inizi in modo troppo grande...
Eppure la Chiesa del Vaticano, con la sua dottrina fatta di esegesi biblica superata, moralista, pre-scientifica e unilaterale, piuttosto ideologica e funzionale al suo grande apparato clericale - ecclesiale, e facendo forza sulla sua Tradizione millenaria che è piena di errori grossolani e di gravi discriminazioni e razzismi, e anche sul suo magnificato "Magistero", che non esente da condanne ingiuste, roghi e inquisizioni universali, continua imperterrita, nonostante questo pacioso nuovo Papa Francesco a trattare i gay come persone che se vivono la loro sessualità commettono grave peccato!
Allora nel SINODO parlano di MISERICORDIA e di PERDONO, ignorando che QUESTI sono FUORI LUOGO perchè semmai li dovrebbero applicare a ben altre categorie di FAMIGLIE come quelle MAFIOSE, cui sono stati loro Vescovi, molto devoti arrivando a far inchinare pure i SANTI e la MADRE di DIO e il Signore ai loro Capi BOSS nelle regioni dominate dai clan.
I GAY NON SONO NE' ASSASSINI NE' LADRI e il PAPA FRANCESCO LO SA. perchè vogliono perdonare quello che invece è solo una QUESTIONE di GIUSTIZIA e di EQUITA', IL PERDONO semmai DOVREBBERO CHIEDERRLO LORO UOMINI di CHIESA, e NON di VANGELO, perchè di OMOSESSUALI nella STORIA ne hanno fatti uccidere tanti e soffrire tanti anche oggi senza umanità alcuna!
+ GIOVANNI CLIMACO MAPELLI
Arcivescovo ( non al Sinodo)
Milano, 7 ottobre 2014













LA BARCA DELLA CHIESA STA' AFFONDANDO?

Il cammino di ogni autentico discepolo.
Delusione, dubbio, incertezza


Nel giro di una settimana a Gerusalemme è capitato di tutto.
 Gesù è stato accolto in maniera trionfale, acclamato come un re; ha trasmesso il comandamento dell’amore; durante la cena per la pasqua ha rivelato il valore del servizio con la lavanda dei piedi, ha garantito la sua presenza reale spezzando un pane e versando del vino; è stato arrestato; ha sopportato tradimenti e rinnegamenti; è stato arrestato, processato, condannato a morte, trafitto su una croce, sepolto E basta. Tutto è finito. Nel giro di una settimana sono sfumati progetti, speranze e illusioni tessuti pazientemente in tre anni di sequela fedele e attenta. Tutte le cose che abbiamo costruito, per le quali ci siamo spesi, per le quali abbiamo sudato, lottato e pianto, per le quali abbiamo anche rischiato, ci siamo esposti, sono definitivamente sigillate e oscurate dietro quella grande pietra rotolata contro l’entrata di quel sepolcro nuovo, scavato nella roccia. Sembra di sentirli: "che delusione e chi se l’ aspettava lasciamo perdere, andiamo via Basta, torniamo ad Emmaus!".
Sono i discorsi di due persone che, dopo aver vissuto una esperienza affascinante ed esaltante con Gesù, si ritrovano soli, abbandonati, sconfitti e decidono di abbandonare il "cuore" di questa vicenda per dirigersi verso il definitivo ritorno alla realtà di prima, al quotidiano di ogni giorno.

Gesù si fa compagno
A questo punto, se non conoscessimo l’esito della vicenda e se dovessimo completare la storia con i nostri sistemi, è facile intuire le reazioni: "e fate come volete pazienza peggio per voi siete grandi e vaccinati.. arrangiatevi".
C’è qualcuno che non la pensa così. "… Gesù in persona si accostò e camminava con loro" (v. 15b) e non perché gli piace mettersi in mostra e affermare la sua supremazia, tant’è che "i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo" (v. 16). E’ lui che prende l’iniziativa e soprattutto cammina al loro fianco, si fa compagno di quella strada, di quella determinata fase del loro cammino.
Certamente – e ce lo rivela l’originale del testo greco – il loro discutere e discorrere era visibilmente animato, tanto che è facile per lo sconosciuto permettersi di domandare loro: "Ma di che cosa state parlando così calorosamente?". Anche qui, con il nostro stile poco aperto al dialogo, verrebbe voglia di sostituirci alla risposta dei due discepoli: "Ma cosa vuoi? Fatti i fatti tuoi!". E forse, dopo che essi rispondono: "Di quanto è capitato a Gerusalemme in questi giorni" ed egli incalza: "E che cosa è successo?", non verrebbe voglia di rispondere: "Ma scusa, dove vivi? Dove hai la testa?". Invece è talmente forte la ferita che sentono dentro, la sensazione di essere stati ingannati, che essi sentono il bisogno di sfogarsi. D’altronde chiunque avrebbe convenuto con loro sull’assurdità della vicenda, quindi non esitano a raccontare e esprimere tutta la loro delusione.
E questo si coglie dai verbi che utilizzano: fu profeta grande speravamo fosse lui a liberare Israele I discepoli avevano i loro progetti e le loro speranze; certamente, anche sulla scia delle idee promosse dagli zeloti, ai quali era legato uno di loro, che ritenevano che la liberazione dovesse esprimersi con atti militari e tendere alla ricerca della prosperità economica e del benessere materiale. Invece Gesù non solo è condannato a morte, ma alla morte in croce, infamante, riservata ai malfattori. Questo non rientra nei loro progetti.
Anche noi abbiamo desideri, progetti, speranze cui ci aggrappiamo con tanta passione, senza considerare che alcuni accadimenti possono rivelarci che esiste un progetto di Dio, diverso dal nostro, che naturalmente non possiamo prevedere o preventivare, più grande dei nostri pensieri. Per questo non riusciamo a pensare che possa essere più bello, più utile, più entusiasmante per noi e più capace di dare fiato e speranza. Certo, non è facile aprirsi e abbandonarsi al progetto di Dio e al mistero che lo accompagna. Ma per cosa pensate che Gesù "si accosta e cammina con noi"? Non certo per una sterile comprensione affettiva o per assecondare delusioni o incomprensioni. Egli è la via, la verità e la vita. Per questo cammina con noi: per condurci sulla via; per questo ci spiega le scritture: per portarci alla verità; per questo spezza il pane: per donarci la vita.

Gesù, novità sempre nuova
Mentre i discepoli parlano Gesù li ascolta e li fa parlare. Questo è il compito del vero animatore: ascoltare e fare i modo che l’altro possa esprimere le proprie ansie e possa spiegarsi bene.
L’iniziativa dell’incontro, dicevamo, è presa da Gesù. I discepoli non solo non fanno nulla perché l’incontro possa accadere, ma quasi accettano il viandante con indifferenza, a malincuore e frappongono l’ostacolo della delusione, della rinuncia a credere e a sperare. Gesù però dà rilievo alla libertà dei discepoli, che dapprima scoraggiata e rinunciataria, viene via via rigenerata e aperta alla speranza, alla fiducia nel disegno di Dio sulla storia dell’uomo.
Gesù fa questo senza dire cose nuove. Ma sono cose che avevano bisogno di sentirsi ridire e che assumevano, in quel determinato momento e in quella specifica situazione, un significato nuovo.
E’ per questa ragione che i due, a loro volta, lo ascoltano e lo lasciano parlare: perché si tratta di parole che aprono, spiegano, illustrano, indicano, fanno vedere gli eventi della vita, anche i più oscuri, in un modo nuovo e pieno di speranza.
Sembrava loro che tutto ciò che pesava sul loro cuore a poco a poco si sciogliesse. Ed è così che, arrivati a destinazione, con semplicità e serenità gli dissero: "Perché non ti fermi con noi?". E’ molto bella questa richiesta, la richiesta di restare, di rimanere. Se ci pensate è ciò che avvenne, con inversione delle parti, all’inizio della vita pubblica di Gesù. Due discepoli lo seguono, egli si volta e dice loro: "Che cercate?" - gli dissero: "Maestro, dove abiti?" - egli rispose: "Venite e vedrete" - essi andarono, videro dove abitava e stettero con lui quella notte. Lo stare, il rimanere è il segno più eloquente della conoscenza. Capite ora l’importanza di contemplare,di aprire il cuore alla sua parola,di non tradire quell’amore che sempre ci chiama a stare con Lui. Di rivivere, la frazione del pane non come gesto rituale,ma come accoglienza della presenza di Gesù. E’ in quella fractio panis,che va fondato il discepolato.
La missione fondamentalmente è nutrire con un pane incorruttibile,o meglio la stessa persona di Gesù,la cena del Signore non ci autorizza mai a strumentalizzare la missione in progetti corruttibili. Chi pensa di nutrirsi di questo pane,permanendo nell’uomo vecchio,ancorato a progetti materialistici,non solo disonora e dissacra il pane,ma rende un pessimo servizio ai fratelli.
Ed è proprio la frazione del pane la chiave di svolta di questi due uomini. Quando due persone si amano si parlano anche solo con uno sguardo, basta un segno, la comunicazione è immediata.
Di colpo balzarono in piedi, lasciano la cena a metà e corrono verso Gerusalemme. Quel Gesù che fu profeta, che speravano liberasse Israele, che è stato ucciso in croce era apparso loro, aveva camminato con loro e aveva spezzato per loro il pane.
Ecco l’insegnamento per noi oggi: balzare in piedi, lasciare la mensa, correre nel buio per gridare a tutti: "Il Signore è veramente risorto! Noi l’abbiamo visto".
Gesù ha acceso il loro cuore ed essi non riescono più a contenere l’ardore: sentono il bisogno di comunicarlo agli altri. E’ fonte di commozione e di responsabilità sapere che Gesù chiede la nostra collaborazione per raggiungere gli altri uomini. Il testo greco ci ricorda che lungo il cammino è avvenuta la metanoia,senza questa assoluta conversione del cuore,che ci permette di consegnarci alla Sua promessa,ogni nostro gesto risulta sterile e infecondo. la missione,pertanto si delinea come adesione del cuore,cambiamento,rinuncia delle nostre prerogative progettuali. L’accoglienza non è tornaconto,l’affetto e l’amore non possono mai trasformarsi in subdoli interessi conditi con parole e gesti ipnotici,perché dobbiamo portare gli altri al nostro ovile. La pericope evangelica dei discepoli di Emmaus,si pone come tracciato esistenziale concreto,non sono io che progetto la missione,perché semplicemente non devo portare la mia persona ad essere conosciuta e contemplata,ma un’altra. Dunque,la differenza tra la mia ansia missionaria e quella di Gesù,non possono essere contingente. Portare il messaggio di un altro significa,entrare nel mondo dell’altro,conoscerlo,farlo proprio,frequentare la sua casa,ascoltare la sua parola,condividerne le idee,permettergli di convivere nell’intimità del cuore e della mente. Non si può essere discepoli senza questa metanoia,altrimenti continueremo a portare noi stessi,con le nostre idee preconfezionate,con la presunzione di aver capito tutto,di essere arrivati. Soprattutto di far passare quell’idea,del discepolato partime,quasi d’ufficio,come se il Signore ci chiedesse di stare con Lui solo quando ci fa comodo o ne sentiamo il bisogno o come riempitivo di una insoddisfazione psico-affettiva. La fedeltà è la chiave dello stare con il Signore,senza questa fedeltà gioiosa,serena,amorosa,contemplativa,spesso senza comprendere il perché,ci accorgiamo che le nostre incoerenze lentamente si trasformano in condivisione,attesa,silenzio,preghiera,solitudine. Certo è ,che questa esperienza di Emmaus,ci invita a spezzare il pane con generosità e fiducia,anche quando la nostra giornata si presenta faticosa e invasa da tanti ostacoli e pensieri negativi,anche da coloro che abitano con noi e dividono lo stesso tetto. Non rinunciamo mai a tornare a questo Pane,svuoteremmo la nostra missione e rischieremmo di dare a chi ci stano vicino solo il pane corruttibile. Non permettiamo a nessuno di impedirci di spezzare questo pane,di sottrarci a questa mensa,accondiscendendo a pseudo abbracci umani ,svuotati di ogni assiologia valoriale. La fractio panis è ontologicamente inserita nella vita del discepolo.
Chiedo a Gesù che lui stesso accompagni ciascuno di noi, come ha accompagnato i due discepoli di Emmaus, così anche noi, al termine del cammino, possiamo ripetere la loro preghiera: "Resta con noi perché si fa sera".
All’ora come oggi,rimane un solo modo di remare,per evitarne la completa deriva. Ritornare al cuore del discepolato.


+Padre Mario Metodio

domenica 5 ottobre 2014

NORME PER LE AMMISSIONI AGLI ORDINI SACRI E ALLA VITA MONASTICA

            per l’ammissione ai SACRI ORDINI (maggiori e minori) e norme per i corsi di studi teologici richiesti ai Candidati


1) per l’ammissione agli Ordini Minori, lettorato e accolitato, che si riassumono nell’Ordine del Suddiaconato, come si definisce ancora in Oriente: è previsto un corso di studi propedeutici di almeno 1 anno con relativo Attestato – previo accordo bilaterale con le Autorità Accademiche - presso un Istituto di Scienze Religiose della Chiesa cattolica romana o presso una Facoltà di Teologia sia cattolica romana che anglicana o valdese in Italia, con i corsi specifici istituiti in genere per i ministri straordinari dell’eucaristia o nel caso valdese per i laici impegnati in compiti ecclesiali (equipollenti)
Nel caso il candidato agli Ordini Minori, decida fare il percorso diaconale e presbiterale potrà ricevere una vestizione religiosa, semplice, senza voti monacali oppure nel corso degli anni, secondo le disposizioni del Superiore responsabile del percorso vocazionale e del Vescovo, una professione di voti monacali (è ovvio che chi chiede il percorso che porterà agli Ordini maggiori dovrà proseguire negli studi teologici)
2) per l’ammissione al Diaconato permanente (sia con voti monacali che uxorato ) un corso di studi almeno triennale con diploma finale (Tesi di Laurea breve) – dopo accordo bilaterale con le Autorità Accademiche –  presso un Istituto Superiore di Scienze Religiose (o presso una Facoltà Teologica sia cattolica romana che anglicana o valdese, ove fosse previsto un percorso di studi equipollente istituito per i candidati al Diaconato permanente o al Pastoralato presso i valdesi)

3) per i candidati al Diaconato e al Presbiterato si richiede il corso quinquennale ( o quadriennale ove ancora presso alcune diocesi o presso alcuni atenei si sia mantenuto questo piano di studi ) con relativo Diploma finale (Tesi di Laurea) – con accordo intercorso con le Autorità accademiche – sia presso un Istituto Superiore di Scienze Religiose che presso una Facoltà di Teologia cattolica romana o presso Atenei equipollenti valdesi, o anglicani, ove esistano più vicini alla propria residenza. La richiesta di seguire corsi presso Atenei non cattolici è concessa espressamente per motivi di ordine pratico e di vicinanza al luogo di residenza, soprattutto per candidati lavoratori, purchè, oltre all’esegesi biblica e alle altre materie principali,  vengano integrati con discipline e corsi che illustrino ampiamente la struttura della Chiesa cattolica originaria, sia romana che ortodossa (la Chiesa ortodossa è infatti una chiesa “cattolica” antica a tutti gli effetti) e abbiano a cuore lo studio dei Padri e dei primi Sette Concili Ecumenici e lo studio della storia della Chiesa Indivisa (primo millennio) secondo un’ecclesiologia e teologia patristica e apostolica approfondita.
Esistono tre vie per il presibiterato, come nella Chiesa Ortodossa di tradizione russa : Presbiteri sposati e Presbiteri celibi non monaci, ed infine Iero-monaci, cioè Presbiteri monaci con voti di monachesimo ( indicato  nelle Chiese d’ Oriente come “ordine” vero e proprio).
Le ammissioni al Diaconato e al Presbiterato dei candidati, alla fine dei corsi e dopo il conseguimento delle rispettive Tesi di Laurea, sono stabilite, udito il Consiglio Presbiterale (a votazione di maggioranza)  secondo l’ultimo insindacabile giudizio del Vescovo.
Vi sono alcune deroghe alle disposizioni presenti, stabilite in genere dettagliatamente dallo Statuto della Chiesa, che tengono presente delle condizioni personali e sociali  del candidato (età e condizioni di salute, o altre circostanze salienti della vita )  e che vanno valutate –  su istanza del candidato stesso – dal Consiglio Presbiterale, convocato appositamente dal Vescovo Primate, che avrà l’ultima definitiva decisione in merito sul caso.
* La necessità di inviare studenti e candidati presso questi Istituti ed Atenei è dovuta al fatto   che la nostra Chiesa non possiede i mezzi economici e tecnici per poter istituire queste realtà accademiche e culturali.


domenica 3 marzo 2013


  • Sua Emin. Mons. Giovanni Climaco Mapelli - Arcivescovo Primate - Milano
  • Padre Mario Metodio Crigliano - Vescovo ausiliare.

venerdì 16 novembre 2012

Il VESCOVO AUSILIARE

SUA ECCELLENZA REV.MA MONS MARIO METODIO CIRIGLIANO
VESCOVO AUSILIARE DELLA DIOCESI ANTICO CATTOLICA


Padre Mario Metodio Cirigliano,nasce ad Amendolara , CS ( il 23Maggio 1964)  da Francesco e Rocchina Marino,Secondo di tre figli. All’eta’ di 11 anni,segue la famiglia,già trasferitasi a Milano,dove a breve inizia il ciclo della scuola media.
Dopo la maturità magistrale,conseguita nel 1981,si iscrive alla facoltà di filosofia,presso l’ateneo milanese,optando per una ricerca sulla spiritualità e comunicazione multimediale,conseguendone il diploma,nel 1985.
Si approccia al mondo della comunicazione,ed è affascinato dalla metodologia della parabola evangelica, come ,forma di comunicazione,sia sul piano umano che spirituale.
Per approfondire,i suoi interessi culturali,vive per qualche anno nel meridione d’Italia a contatto anche con realtà italo-albanesi,di cui ne riconosce la ricchezza della spiritualità. In questi quattro anni di permanenza,in Calabria,offre un servizio laicale alla liturgia della cattedrale di Cassano allo Jonio,ed è ospite presso il seminario minore,avendo già ricevuto l’incarico della stessa curia di insegnante,presso le scuole medie,per mandato del vescovo Giovanni Francesco Pala.
Dal 1987 al 1991 continua l’esperienza di insegnante e frequenta da esterno la facoltà teologia,presso San Pio x di Catanzaro.
Nel 1992,decide di lasciare,l’esperienza meridionale,per ritornare al nord,presso la propria famiglia,scrivendosi alla facoltà teologica dell’Italia Settentrionale di  Milano,dove  consegue il Baccalauretato,con una tesi sulla teologia dei prefazi.
Continua l’incarico di insegnante ,presso le scuole pubbliche,sia inferiori che superiori,su richiesta della curia Arcivescovile diMilano.
Dopo un dissenso con l’allora responsabile dell’ufficio scuola della stessa curia,lo stesso non veniva rinnovato,lasciando decadere l’incarico.
Dopo qualche anno,di lavoro presso il call center di famiglia cristiana,e in diverse altre aziende del milanese con diversi incarichi e mansioni,decide di proseguire gli studi teologici,con la frequentazione del corso di licenza in teologia pastorale,presso Il San Tommaso D’Aquino a Napoli,con una tesi dal titolo : L’Imposizione delle mani tra oriente ed occidente. Con l’ingresso nella chiesa antico cattolica,come da tradizione assume il nome religioso di Metodio,scelto dall’Arcivescovo,in occasione del  conferimento del sacro myron, ,il 24 Maggio 2009 e conferimento del suddiaconato.
Il 31Maggio del 2009 viene ordinato diacono, Dall’Arcivescovo Primate ,Mons Giovanni Climaco. Riceve l’incarico di segretario dell’Arcivescovo,  e  di cerimoniere Arcivescovile . collabora con  la Parrocchia dei santi Cirillo e Metodio di Milano. Il 6 Dicembre 2009 viene ordinato presbitero e nominato parroco della parrocchia San Giovanni Climaco di Cesano Boscone-rho.
l’Arcivescovo primate,Mons Giovanni Climaco Mapelli gli affida, l’incarico di responsabile alle vocazioni e alla vita religiosa. Successivamente viene nominato cancelliere Arcivescovile e canonico della cattedrale.
Il 3 maggio 2012 viene eletto vescovo Ausiliare della diocesi e consacrato il 16 Giugno 2012 da Sua eminenza L’Arcivescovo Mapelli Primate della chiesa antico cattolica,con l’assistenza dei vescovi con consacranti.
 Il Vescovo prende la titolarità della Calabria citeriore Cosentia.
Oltre all'incarico di Vicario generale della Diocesi,si occupa del sud italia per la formazione dei candidati all'ordine o alla vita relgiosa.
vescovomario@alice.it 





























































sabato 28 aprile 2012

CHIESA + CRISTIANA ANTICA + CATTOLICA E + APOSTOLICA
                                                              
Prot.  01 / 2012  -  DECRETO di deposizione dal Ministero Presbiterale
                     
 In riferimento alla Lettera inviata in data 25 Aprile 2012  dal Rev.mo Signore Padre ANIELLO D’ANGELO, Parroco della Parrocchia dei Santi Francesco e Chiara di Assisi in Palinuro,  provincia di Salerno,  in cui CHIEDE di essere esonerato dall’appartenenza alla nostra Chiesa Diocesana, dopo aver udito il nostro Consiglio Presbiterale Diocesano, e dopo aver conferito con lo stesso Padre Aniello D’Angelo e accolto la sua richiesta
 PROCEDIAMO alla DEPOSIZIONE dallo STATO PRESBITERALE
di  PADRE ANIELLO D’ANGELO
restituendolo allo  STATO LAICALE 
e sciogliendolo al contempo dagli obblighi e diritti del Ministero Presbiterale.
Il Signore Gesù Pastore Buono, che entra nell’Ovile per la porta vera, quella del servizio umile ai fratelli e alla sua Chiesa, comunità di carità e di amore, ci custodisca nella  sua grazia e assista Aniello D’ANGELO nel cammino della vita.           
 Amen       

+ Giovanni Climaco Mapelli
Arcivescovo Primate
  
Il Cancelliere Diocesano
Mons. Mario Metodio Cirigliano    
                                          
  Milano,  il 28 del mese di Aprile dell’anno 2012

www.chiesaanticacattolica.it

venerdì 6 aprile 2012

La tomba vuota

LA TOMBA VUOTA


Meditazione di Padre Mario Metodio Cirigliano
Il testo scelto per la riflessione è il Vangelo proclamato nella messa del giorno di Pasqua. nella veglia pasquale ci sono gli annunci tradizionali della Pasqua, con angeli e parole; nella messa del giorno, invece, c’è il testo di cui vedremo il senso (Gv 20,1-18); un brano inquietante, perché il Risorto non vi compare.
In questo testo ciò che si vede della risurrezione è una tomba vuota. L’idea è che, nella storia, della resurrezione si vede solo il “buco”, l’assenza che crea. Nella vita quotidiana l’esperienza della risurrezione non è immediatamente vittoriosa, risolutiva, chiarificatrice, capace di dare risposte e direzioni subito chiare. La nostra esperienza quotidiana della risurrezione è una tomba vuota, un cadavere perduto. Non c’è cadavere, dunque non c’è più la morte, ma non c’è nemmeno il Risorto.
Invece di leggere solo i nove versetti che stanno nella liturgia, leggeremo anche il seguito, che è l’apparizione a Maria di Magdala, e vedremo il ruolo di questa donna nella risurrezione.
Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!". Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa.
Maria invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: "Donna, perché piangi?". Rispose loro: "Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto". Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: "Donna, perché piangi? Chi cerchi?". Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: "Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo". Gesù le disse: "Maria!". Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: "Rabbunì!", che significa: Maestro! Gesù le disse: "Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro". Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: "Ho visto il Signore" e anche ciò che le aveva detto.
(Giovanni 20, 1-18)

C’è un’alta frequenza, nei primi nove versetti, del verbo vedere: tutti vedono, e non si capisce cosa. Vedono la pietra smossa, il sepolcro vuoto, le bende, ma non vedono quello che conta: non vedono Gesù, né il suo cadavere, né lui vivo.
Altri verbi ricorrenti in questo testo sono quelli di urgenza: recarsi di buon mattino, correre, correre insieme, correre veloce. Il tono generale è quello dell’urgenza del vedere, ma ciò che si vede è sempre un sepolcro. La morte si vede benissimo, tutti vedono la crocifissione e riconoscono sulla croce Gesù, il figlio del falegname, quello che hanno visto per le strade: non c’è possibilità di errore.
Il Risorto non si vede o si vedono angeli, e se lo si vede non lo si riconosce: i due di Emmaus non lo riconoscono, Tommaso neppure, i discepoli hanno paura, Gesù appare sul lago e loro non sanno chi è.
Prima riflessione: come funziona una fede di cui l’unica cosa riconoscibile immediatamente è la croce e di cui della risurrezione si vedono solo e sempre i segni negativi, la tomba vuota e la mancanza di un cadavere? Concretamente, cosa vuol dire questo nell’esperienza che facciamo di interpretare la nostra vita alla luce della fede? Cosa vuol dire avere fede guardando la propria vita?
Un esempio: vedere soluzioni facili, soluzioni per tutto, in genere è un pessimo segnale, perché dalla loro parte starebbero la risurrezione e dunque la tomba vuota, l’ambiguità del riconoscimento, ciò che non si riconosce mai in modo immediato.
C’è un solo modo in cui il Risorto viene riconosciuto ed è quando lui parla dicendo: “Pace a voi” e quando dice a Maria: “Maria!” O afferma: “Sono proprio io!” (Lc 24, 39). Sotto la parola di Gesù, il Risorto è riconosciuto.
Oppure, per dirla più semplicemente, quando i cristiani guardano alla storia, vedono lo stesso disastro che è sotto gli occhi di tutti gli esseri umani: le stesse afflizioni, le stesse fatiche, lo stesso caos, in grande le guerre e in piccolo i fallimenti della propria vita. Solo sotto la parola del Risorto questo disastro può essere riconosciuto come tempo di salvezza.
Questo è il motivo per cui un credente non può non leggere la Scrittura. Non per un motivo legale. E’ libero di non leggerla; ma se non la legge continua a vedere lo stesso disastro che vedono tutti, non vede altro che tombe vuote, ferite aperte, fantasmi che non si sa chi siano. Non si deve leggere la Bibbia perché è un dovere, ma perché la parola del Risorto, la Parola di Dio, è l’unica possibilità che abbiamo per riconoscere i segni della risurrezione.
Tra l’altro questo ci fa ragionare sulle differenze tra credenti e non credenti. Le tombe vuote, le ferite aperte della propria e dell’altrui vita, sono capaci di vederle i credenti e i non credenti. Il problema è se di fronte alla tomba vuota ciò che uno sa pensare è che è stato rubato un cadavere oppure che c’è un Risorto: questa è la differenza.
E vedere il segno della risurrezione è possibile solo sotto la parola di Gesù. Almeno, secondo i racconti della risurrezione, non c’è altro modo: se Gesù non parla, nessuno lo riconosce.
In qualche modo mi pare di poter dire che il tempo della storia in cui stiamo è esattamente questo intervallo tra la morte – le continue morti della storia personale e collettiva, che si riconoscono, si vedono, si capiscono bene, e se ne comprende tutta la sofferenza, propria e altrui – e il riconoscimento definitivo del Risorto, quando vedremo Dio faccia a faccia. Questo è un lungo tempo di tombe vuote.
Non abbiamo più cadaveri, perché siamo oltre al semplice morire – Gesù è già risuscitato -, ma non abbiamo ancora l’automatico riconoscimento che la risurrezione sia semplicemente tutto in tutti. Siamo in questo tempo, dove ci è chiesta la fatica del discernimento.
Come vedremo (e questa è una tematica dell’evangelista Giovanni) i discepoli maschi regolarmente si confondono su questa questione. Cosa c’è da fare di fronte alle tombe vuote? Essi fanno sempre ciò che non è da fare. Le donne invece, nel Vangelo di Giovanni, fanno una figura nettamente migliore.
La conclusione è che i discepoli tornano a casa, mentre Maria sta di fronte al sepolcro e piange: rimane lì, e dunque lei vedrà gli angeli e il Risorto. Infatti il ruolo che l’evangelista Giovanni attribuisce alle donne è di essere le uniche che estorcono alla storia un riconoscimento, che la costringono a parlare del Risorto; è lo stesso ruolo che l’evangelista Luca attribuisce a Maria, la madre di Gesù. Il “restare” della Maddalena in Giovanni è analogo al “serbare le cose nel suo cuore” della Vergine in Luca (Cf Lc 2,19).
Questo è il ruolo dei credenti: costringere la storia a mandare angeli di fronte a una tomba vuota perché parlino del Risorto, cercare la parola del Risorto che consenta di vedere e credere.
Nel giorno dopo il sabato... (v.1)
Per noi questa espressione è soprattutto un dato cronologico: ci fa pensare che Gesù è stato ucciso il venerdì, è stato sepolto il sabato e poi è risuscitato di domenica. Inoltre si racconta che c’era un problema per seppellire Gesù, perché era Pasqua, festa ebraica celebrata di sabato: Gesù risorge il giorno seguente e su questo si fonda il fatto che i cristiani festeggiano la domenica, non il sabato.
Queste considerazioni sono servite a chi doveva decidere il giorno festivo: hanno deciso che era la domenica, quindi non ci sarebbe per noi più niente su cui meditare. Ma forse è possibile un’altra riflessione: nel suo Vangelo l’evangelista Giovanni ha una visione di totale globalità sulla storia, dalla creazione all’Apocalisse, e nel prologo usa lo stesso schema del racconto di creazione. La creazione avviene in sette giorni: prima sono create le cose, la luce, il giorno e la notte, le acque, la terra, gli animali, le piante, i fiori, poi l’uomo. Nell’uomo c’è il soffio di vita di Dio e il settimo giorno, che è il sabato, Dio si riposa. Nel giorno dopo il sabato c’è la risurrezione.
La creazione è tutta compiuta e chiunque vede le piante, le cose , gli animali, gli esseri umani.
Poi bisogna avere un po’ di cuore per vedere il soffio di Dio in noi, essere umani; bisogna già andare un giorno avanti per riconoscere che gli essere umani , oltre ad essere muscoli, ossa, istinto, psiche, siano anche qualcosa che non si vede immediatamente. Poi bisogna andare ancora un giorno avanti per arrivare al sabato, il giorno del Signore, e avere ancora un po’ più di anima per scoprire che c’è un riposo di Dio.
Il “giorno dopo il sabato” è quello in cui si hanno occhi per vedere la resurrezione che sta proprio dopo la totalità di questo quadro cosmico, di ciò che è previsto o prevedibile della natura, delle cose, della storia. Anche di una storia non proprio rozza, in cui pure è presente il soffio di Dio, del sabato. In una storia che ha una sua completezza, la resurrezione avviene dopo il sabato, avviene oltre. Oltre la totalità della storia si fa l’esperienza del Risorto. La morte sta tutta dalla parte della storia, in cui è immersa: tute le esperienze di croce stanno dentro i giorni della settimana.
L’esperienza della resurrezione sta nel giorno dopo il sabato, un passo più in là della storia e del tempo che ci è dato di riconoscere per natura.
Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio (v.1).
La motivazione per cui Maria va al sepolcro è concreta. Gesù era morto la sera della Parasceve, vigilia della Pasqua, e nella festività ebraica non ci si poteva contaminare toccando dei cadaveri; dunque al Maestro morto non era stata riservata la pietà consueta per tutti i cadaveri. cioè l’unzione e la preparazione del corpo per la sepoltura: era stato deposto in fretta. Nel giorno dopo la festa, Maria, secondo l’evangelista Giovani, - le donne secondo gli evangelisti Luca e Matteo, - va al sepolcro per compiere questa opera: per ungere il corpo di Gesù e prepararlo per la sepoltura. Ma non trova il corpo di Gesù. Il cadavere non c’era più. Non è stato preparato per la sepoltura, non c’è sepoltura, perchè colui che era morto non è più morto.
Per dirla concretamente, Maria è una donna di buona volontà che fa le cose per bene, anche quelle gratuite, perché nessuno la obbligava ad occuparsi di un cadavere già deposto; fa una cosa in più e con una certa urgenza, di buon mattino, quando era ancora buio. Ciò che si trova di fronte non è la soddisfazione di un’opera ben compiuta, ma un sepolcro vuoto: finirà per mettersi a piangere.
Questo dovrebbe darci una buona indicazione su quanto poco siano logici gli esiti del cristianesimo e della fede: ragionando sugli esiti – dire che ho creduto, ho fatto, e adesso tiro una riga e faccio le somme – è un sistema che funziona malissimo, perché gli esiti della fede sono sempre altrove.
Maria piangerà per un cadavere scomparso, ma l’esito reale è che incontrerà il Signore vivo. C’è un rovesciamento radicale: quello che si aspettava come buon esito di ciò che era andata a fare di buon mattino al sepolcro non c’è, fino a che lei piange; poi però le si presenta tutta un’altra novità che non si attendeva dalla storia e neppure sapeva desiderare. In mezzo a questo, c’è il suo fare comunque quello che le spetta e la parola del Risorto che dice: “Maria!”. Solo allora, lei può riconoscerlo.
Maria vuole compiere un’opera di pietà: si prende cure della vita anche quando non serve più.
Curarsi di un cadavere è l’opera di pietà nobile di chi sa già che non è l’efficienza l’unico criterio.
Ma questo non basta: ci sarà un risultato ma non quello atteso; si verificherà dunque uno spostamento, uno sradicamento.
Gli esiti del Cristianesimo si riconoscono a partire dalla Parola di Dio e, se si vuole un criterio generale di applicazione concreta, si può stare tranquilli che, quando sembra assolutamente ragionevole un tipo di finale, di certo non sarà quello. Questo testo è segnato da una strana urgenza: quella di Maria che va al sepolcro, quella di Pietro e Giovanni che corrono. C’è tutto uno strano senso di fretta: noi abbiamo fretta ed è giusto che sia così, perché abbiamo solo un tempo, non un altro. Abbiamo un tempo determinato, breve o lungo che sia, per riconoscere il Risorto. Solo Dio ha tutto il tempo. C’è una fretta nella necessità del riconoscere la resurrezione, altrimenti resteremo fermi alla croce.
E cosa vede Maria? Che la pietra è stata ribaltata dal sepolcro. La storia è una porta: ci aspettiamo che sia sbarrata da una grossa pietra ma, in genere, la difficoltà che ci aspettiamo non c’è. Però, passati oltre, c’è una tomba vuota. Rischiamo di trascorrere la nostra intera esistenza affannati dal pensiero di come potremo rotolare la pietra dalla porta che è la vita; poi vediamo che la pietra è già rotolata via e quello che c’è dietro non è il cadavere che ci aspettiamo, ma una tomba vuota: quella che diventerà il luogo dove si potrà scoprire il Risorto.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!"
Il primo esito di tutta la buona volontà di Maria è di non sapere. Quando, come risultato di una buona dose di impegno, la conclusione è che non sapete, di solito va bene! Non è tranquillizzante, però pare che funzioni così; è un archetipo della Scrittura. Ogni volta che qualcuno si muove sulla fede, come risultato si ritrova il non sapere. Pensate alla narrazione di Matteo circa i Magi che chiedono a Erode: “Dov’ è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo» (Mt 2,2). Hanno riconosciuto un segno, hanno avuto il coraggio di partire su quel segno, per motivi puri, per adorarlo, con buona disposizione d’animo. e il risultato è: Dov’è, dunque?
Il risultato è una domanda. Chi si mette in cammino verso il Signore di solito ha questo come risultato. Se ha delle risposte, dovrebbe cominciare a preoccuparsi.
La Maddalena dice: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro». È la spiegazione più semplice: un cadavere non se ne va da solo, dunque qualcuno l’ha portato via e «non sappiamo dove l’hanno posto».
Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. (v. 3)
Nel Vangelo di Giovanni le figure di Pietro e Giovanni sono anche simboliche: Pietro è figura della fede, Giovanni dell’amore. La fede si sbaglia e tradisce, è fragile — e noi lo sappiamo bene — ma ha un ruolo di supremazia (Pietro è il primo fra gli apostoli). Nel tempo della storia la fede governa, ma la sua caratteristica fondamentale è che si sbaglia, tradisce e in genere è un più lenta: arriva dopo. come in questo caso. Normalmente l’amore si sbaglia meno, tradisce anche meno, ma deve sottomettersi alla supremazia della fede. Nel cristianesimo non si ama qualsiasi cosa, ma si ama il Signore Gesù, e c’è una sottomissione dell’amore che aspetta ad entrare. La fede valuta, interroga, guarda le bende, il sudario, fa l’analisi, organizza. si fa le domande, studia. L’amore, di solito, si butta. Il capitolo seguente di questo Vangelo racconta l’apparizione di Gesù sul lago di Tiberiade: Pietro e Giovanni, sempre loro due, sono sulla barca, ma non lo riconoscono. Quando Giovanni dice: “È il Signore!”, Pietro si tuffa (Cf Gv 21, 4-7): l’amore riconosce e la fede si muove. Ora noi dovremmo imparare a fare i conti, da adulti, con queste due componenti della nostra esistenza di fede: la fede e l’amore non camminano quasi mai insieme, perché solo Gesù cresce in età, sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini; noi cresciamo un po’ più disorganici: l’amore corre avanti, la fede resta indietro, poi uno aspetta l’altro. La fede ha da chiedere, da studiare, da farsi mille domande. da capire, da governare, da decidere (e non sempre bene, come mostra Pietro: la fede a volte tradisce, rinnega). L’amore a volte corre avanti o corre indietro, non sa bene; riconosce, ma poi non si muove; si entusiasma, ma poi non sa dove andare; non governa. Sotto la croce c’è Giovanni, c’è l’amore. Pietro ha tradito. Ma quando Gesù se ne va, Pietro è il primo tra gli apostoli. Dovremmo forse metterci un po’ più quietamente iii questa dinamica interna della nostra fede, nell’esperienza di avere queste due componenti che, come ben si vede qui. non corrono insieme, che devono reciprocamente aspettarsi e trovarsi, e sono entrambe necessarie.

Correvano insieme tutti e due ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. (v. 4)
La fede ha gambe. ma l’amore ha ali. Ci sono esperienze nella nostra esistenza in cui uno butta avanti il cuore, perché altrimenti non proseguirebbe, non avrebbe motivi sufficienti, ma è altrettanto vero che se poi questo buttare avanti il cuore non viene raggiunto dalle gambe della fede, dal domandarsi, dal comprendere, dal rafforzarsi, dallo studiare, dall’ indagare, dall’analizzare, questo gesto si perde, in qualche modo si scompensa.
Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudano, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. (vv. 5-9)
Questo è veramente bellissimo, perché Giovanni vede esattamente ciò che aveva visto Pietro: un sepolcro vuoto, le bende per terra, il sudano piegato... né più, né meno. “Vide e credette”: che cosa? Qualcuno dice: che era risorto. Il versetto seguente dice: “non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti”. Dunque non è questo che Giovanni ha creduto, perché non l’aveva capito!
Il punto è che l’amore vede le stesse cose della fede e della mante ma, a differenza della fede, crede a dei contenuti: si fida in qualche modo, si sbilancia e dunque “vede e crede”, pur non avendocompreso cosa dicevano le Scritture. Di Pietro non si dice che credette.
Qui si ferma l’annuncio della resurrezione della Messa del giorno di Pasqua. Tutto ciò che la Chiesa ci dice sulla Resurrezione e nella liturgia ci chiede di credere, ciò che ci pone come dono della festa di Pasqua, è che fede e amore incontrarono un sepolcro vuoto, e “video” ma non si capisce cosa.

I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa. Maria invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva (vv 10 - 11)
Maria non se ne va: per prima cosa, sta lì e piange. Ha in qualche modo il coraggio di dire il suo bisogno, il suo dolore, la sua ferita aperta su questa tomba trovata vuota. Spesso facciamo molta fatica a vivere l’esperienza di fede, perché non abbiamo nessun desiderio, nessuna ferita, nessuna lacrima da versare. Non osiamo, non abbiamo dentro di noi le parole per pensare che vorremmo alcune cose. Non osiamo desiderare i miracoli, per esempio, non chiediamo risurrezione. Lo stare di Maria accanto al sepolcro e piangere, come un bambino, ostinarsi a voler in qualche modo ricavare qualcosa da lì, se non altro per disperazione, questo non andare via, è molto importante.
Lei ha il coraggio di estorcere a Dio una risposta a qualsiasi costo. E’ uno degli aspetti che nella educazione alla fede oggi manca molto. Si osa una domanda dentro un amore, dentro una fiducia. Ci sono milioni di persone da cui non ci attendiamo assolutamente nulla, perché sono totalmente indifferenti. L’esperienza quotidiana della burocrazia è di questo tipo; anzi, ci si aspetta un disastro, pur sapendo che teoricamente si avrebbero dei diritti. Perché non si ha nessuna fiducia nei confronti della burocrazia: non si osa nemmeno chiedere o far valere i propri diritti. Quanto meno ci importa delle persone, tanto meno ci aspettiamo da loro.
Così, spesso, ci aspettiamo pochissimo, in fondo, dalla fede. Ci aspettiamo speso molto da noi stessi dentro la fede (mi impegno, faccio, miglioro, cresco), ma che “Dio faccia Dio”, non ce lo aspettiamo quasi mai e questo è indice di uno scarsissimo rapporto fiduciario con lui. Maria sta e piange, perchè coltiva un’attesa su quel sepolcro: non si rassegna all’idea che sia vuoto, nè all’idea che non stia succedendo niente.
Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù (vv 11-12)
Le lacrime di Maria chiamano angeli. Pietro e Giovanni non hanno visto angeli. Lei li vede perché piange, chiede. I due angeli stanno nel luogo dove era stato posto Gesù. Il cadavere non c’è, perché il Signore non è più morto, dunque il suo desiderio non può essere esaudito. Ma al posto del cadavere le vengono dati due angeli: la sua richiesta non è esaudita, perchè non ha trovato il cadavere, ma viene ampiamente superata.
E’ il misterioso procedere della fede: “non esaudito” non vuole dire “non ascoltato”, nè “non accolto”.
Spesso nell’Antico Testamento i giusti in difficoltà (Elia, Sara di Tobia..) pregano per chiedere la morte; il testo dice che la loro preghiera viene accolta, e nel racconto che segue accadono cose che danno loro una nuova vita. E’ lo strano modo di Dio di prendere sul serio le richieste di chi ha fede in lui.

Ed essi le dissero: "Donna, perché piangi?" (v. 13)
Lo spazio della fede è spazio di domande. Se non ci sono domande, non c’è spazio possibile. Il viandante misterioso che incontra i due di Emmaus dice: “che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?” (Lc 24, 17). Tutti gli incontri di Gesù cominciano con una domanda, una richiesta, quindi anche gli angeli chiedono: “perchè piangi?”. Le risposte possibili erano molte, ma Maria dice: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”. Non è così normale. Il racconto che ci viene offerto è che Maria ha un unico pensiero: il corpo del Signore. Il suo desiderio è talmente forte che non si stupiSce di niente, che non si interroga su nient’altro: è la totalità assoluta del suo desiderio su questo risorto. “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”. Lei non sa, noi non sappiamo.

Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. (v. 14)
Qui si continua a vedere e a non sapere che cosa. Finalmente, dopo aver visto bende, sudari e angeli, si vede Gesù. Visto Gesù, non si sa che è lui; e Gesù le dice: “Donna, perchè piangi? Chi cerchi?”
Si riapre di nuovo lo spazio della domanda.
Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto ed io andrò a prenderlo». (v. 15)

Ancora la totalità di questo desiderio che si esprime in quel «io andrò a prenderlo”. È mio! È la logica di un assoluto legame. di una forza inaudita. E Gesù le disse: “Maria!” E qui, dove ci aspetteremmo un bel verbo “vide”, dove ci aspetteremmo che essa allora, voltatasi verso di lui, lo vedesse e lo riconoscesse, nulla. “Essa allora, voltàtasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbuni»”. Dove finalmente ci sarebbe Gesù da vedere, gli si parla. Esattamente come nel racconto dei due di Emmaus: spezzò il pane, scomparve alla loro vista e i loro occhi si aprirono e lo riconobbero. Riescono a vederlo solo quando non c’è. Questo ci dice qualcosa su cosa voglia dire riconoscere i segni della risurrezione nella nostra storia: si vedono quando non ci sono, quando scompaiono. Fine del dialogo: quando lui c’è, lui dice: «Maria» e lei risponde: “Maestro”. Punto, finito. Non succede niente altro. Nessun colpo di bacchetta magica, nessuna meraviglia, assolutamente nulla: è il puro riconoscimento. E lo scambio di nomi propri, l’indicazione del puro riconoscimento: ci si chiama per nome. Questo è l’esito finale del cristianesimo: chiamarsi per nome, anzi, essere chiamati per nome da Gesù, resi alla pienezza di noi stessi e della nostra identità.

Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre: ma va’ dai miei fratelli e dì loro: lo salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». (v. 17)
E’ strana questa parola, perché è l’unica parola dura di tutto il testo. «Non mi trattenere», «Non volere toccarmi». Dunque, non si tocca. E “non volere toccarmi” non è una prescrizione su Gesù, perché in qualche modo non sia giusto toccarlo, ma su Maria, sul suo desiderio: lei cercava un corpo e le viene detto: Non è questo che devi cercare, non è un cadavere che devi trovare. Non voler toccare. Cerca un’altra cosa. Ma Gesù, poco più oltre nello stesso capitolo, si farà toccare da Tommaso: “Stendi la tua mano, e mettila nel mio costato” (Gv 20,27). Qui la questione è il desiderio di Maria, quello che lei cercava, cioè il cadavere di un morto. Gesù le sta dicendo: Sono vivo, non mi toccare, sono un’altra cosa e non quello che cercavi tu. Sempre per mettere un po’ in difficoltà il nostro giudizio sugli esiti, sul riconoscere i segni della risurrezione.
Maria di Magdala andò subito ad annunziare ai discepoli: *Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto. (v. 18)
Finalmente il verbo “vedere” assume un complemento oggetto: “Ho visto il Signore”; si capisce cosa si vede. A conclusione di questa riflessione, due questioni. La prima: che cosa ci aspettiamo dalla nostra fede? Per dire che la fede ha funzionato nella nostra esistenza, che non siamo stati ingannati da Dio, qual è l’esito che ci attendiamo? Perché questo è il caso serio. Di per sé si chiama “definizione teologica della salvezza”, cioè: che cosa pensiamo debba succedere per sapere che il Signore ha mantenuto le sue promesse nella nostra vita? Di solito facciamo la domanda opposta: che cosa devo fare perché Dio mantenga le sue promesse? Invece mi pare che questo testo ci inviti a chiederci quale sia l’esito che attendiamo, quale la risurrezione che aspettiamo, confrontandola con l’offerta di Dio. Proviamo a vedere se quello che ci aspettiamo è ciò che Dio offre o no.
La seconda questione: come si riconoscono i segni di risurrezione intorno a noi? Come si riconosce la croce lo sappiamo: non occorre fare tanto sforzo per trovare una ferita, un dolore o un fratello a cui stare vicini. Ma dove e come si fa a vedere la risurrezione? Si vede o non si vede, c’è o non c’è? Riguarda la fine del mondo? Riguarda la morte? Riguarda la vita? Riguarda che cosa? Da che parte sta?